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Le parole degli uomini sulla violenza maschile BY MASCHILE PLURALE · 13/06/2016

Riprendiamo volentieri questo articolo di di Alberto Leiss, Ripreso da Il Dubbio 

La parola femminicidio è ormai entrata nell’uso corrente. E niente come il linguaggio registra i cambiamenti che avvengono nelle zone più radicali della psicologia e del sentimento comune: in termini filosofici e psicanalitici – con Lacan e col femminismo della differenza – si parla del simbolico.
Sono state donne a proporre e utilizzare questo termine, e sono le donne a aver compiuto nell’ultimo mezzo secolo una rivoluzione politica e simbolica che ha prodotto enormi cambiamenti nelle nostre vite, e che sta correndo in tutto il mondo.

Uno degli effetti, mi pare, è che la violenza maschile contro le donne, per secoli e millenni accettata più o meno come un dato di fatto, e persino giustificata in termini etici e giuridici, oggi fa giustamente scandalo. Il “delitto d’onore” è scomparso dal nostro codice solo all’inizio degli anni 80 del secolo scorso. Oggi un rapper palestinese – Tamer Nafar – si scaglia contro questa pratica dove sopravvive nel mondo arabo. La violenza contro le donne è diventata una cosa inaccettabile, insopportabile.
Non è quindi solo l’evidenza statistica – certo raccapricciante – delle aggressioni che le donne subiscono da mariti, compagni, padri e fratelli, da sconosciuti per la strada o al pub, a generare la reazione, registrata dal sistema mediatico con sempre maggiore spazio. Con enfasi, ma anche con seri approfondimenti. C’è la nuova libertà e autonomia femminile, e qualcosa che sta contagiando contraddittoriamente, ma anche positivamente, l’universo maschile.

Ne scriviamo e discutiamo con l’emozione, e l’orrore, degli ultimi delitti: Sara, aggredita, strangolata e bruciata alla Magliana di Roma dal compagno che non accettava la separazione. Michela, uccisa con un colpo di pistola dal suo fidanzato (anche lui ex guardia giurata), che ha poi dato la “notizia” su WhatsApp e si è suicidato con la stessa Smith & Wesson.

E’ un copione che si ripete: maschi privi di equilibrio, di reale capacità di riconoscere e amare l’altra, non riescono ad accettare di essere lasciati, la donna è un oggetto di possesso, vincono la gelosia e la furia omicida. Forse non è più la violenza quotidianamente esercitata dal patriarca sicuro del suo ruolo, accettata con sottomissione da mogli e figli, ma il caso estremo di una tragica resistenza ad accettare il cambiamento femminile: l’autonomia, la libertà, la differenza del desiderio.
Sulle pagine della 27esima ora del Corriere della Sera Lucia Annibali, colpita dall’acido versato per ordine dell’ex fidanzato, e Alessia Morani, vicecapogruppo del Pd alla Camera, chiedono agli uomini di “scendere in campo in prima persona” contro la violenza. Ida Dominijanni ha scritto su facebook: «Voglio essere certa che tutti gli uomini che mai brucerebbero viva una donna stiano organizzando via social una oceanica manifestazione di stigmatizzazione dell’omicida di Sara. Se invece non ci avete ancora pensato, datevi una mossa». Sono domande e provocazioni da ascoltare e da accogliere. E sta anche succedendo più che in passato che uomini di diversa estrazione e collocazione avvertano il bisogno se non altro di prendere la parola, di non allontanare da sé la drammatica evidenza: siamo noi a esercitare queste violenze, e i femminicidi sono la manifestazione più estrema di una cultura – o meglio povertà di cultura – basata sul possesso, purtroppo ancora enormemente diffusa, e forse persino in ripresa.
Non si parte proprio da zero. Esattamente 10 anni fa con alcuni amici della rete di maschile plurale rendevamo pubblico un testo che diceva appunto questa semplice verità rimossa: la violenza maschile ci riguarda, prendiamo la parola come uomini. Aveva raccolto migliaia di adesioni, anche di maschi collocati in posizioni rilevanti, nella politica e nella cultura. E’ proseguito un cammino difficile, ma credo non inutile. E’ vero, non ci sono state finora “manifestazioni oceaniche” ma si sono moltiplicate relazioni individuali e di gruppo in cui gli uomini mettono in gioco e in discussione la propria maschilità. Così come sono proseguiti, non senza conflitti anche acuti, gli scambi con le donne.

Anche sul terreno arduo della violenza. A Torino – ma è solo uno dei numerosi possibili esempi – gli uomini del Cerchio degli uomini e le donne del centro Donne e futuro sono impegnati/e insieme per trovare pratiche condivise nell’affrontare la violenza maschile.
Cominciano a diffondersi anche in Italia servizi e iniziative rivolte specificamente agli uomini che agiscono violenza (una rassegna a più voci, femminili e maschili, è nel libro Il lato oscuro degli uomini, Ediesse, a cura dell’Associazione Le Nove). Gli scopi sono diversi: prevenire la spirale violenta, dando ascolto ai maschi che volontariamente si sottopongono a percorsi per liberarsi dai comportamenti aggressivi. Ridurre le recidive per gli uomini già immessi nel circuito giudiziario.

E’ un tema molto delicato: io penso che l’iniziativa maschile in questo campo non possa mai prescindere dallo scambio con le donne che da decenni lavorano con i centri antiviolenza. E che le iniziative del governo e delle istituzioni locali – ho visto che sui recenti casi di femminicidio ha finalmente detto qualcosa, sulla cultura e la prevenzione, anche la ministra Boschi, da poco investita della delega alle pari opportunità – maneggino con grande cura i finanziamenti previsti dalle recenti norme, che comunque sono largamente insufficienti.

Ma il punto per me più importante è di nuovo simbolico, e riguarda la mente e il desiderio di noi maschi: la libertà delle donne può essere per noi l’occasione di un cambiamento che migliori le nostre vite? Che ci metta di più in sintonia con quella parte dei nostri sentimenti e dei nostri corpi che le ipoteche patriarcali e maschiliste in fondo soffocano da millenni?

Sarebbe interessante – è un’idea che mi ha suggerito Stefano Ciccone – parlarne pubblicamente in un incontro dall’ipotetico titolo Prima della violenza. Un appuntamento per tutti gli uomini che si riconoscono in questi interrogativi, magari da tenere alla ripresa, entro ottobre. Prima di sentirsi obbligati a farlo nella scadenza del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

 

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