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“A mano libera, donne tra prigioni e libertà” Un viaggio a Rebibbia femminile. by Silvia Acquistapace

Era il 30 maggio, pomeriggio caldo e assolato. Avevo appuntamento al carcere di Rebibbia femminile con Tiziana Bartolini , coraggiosa direttrice di Noi donne, ed altre donne. Dovevamo assistere alla presentazione di un libro,”A mano libera, donne tra prigioni e libertà”, raccolta di testimonianze femminili sull’esperienza del carcere, reale o metaforico, attraversato nella vita.

Per me era un’esperienza emozionante entrare in contatto con delle donne carcerate, delle sorelle incatenate a una situazione sulla quale avevo spesso riflettuto in generale, senza analizzarla però da un punto di vista di genere.

E così , dopo una serie di controlli, entriamo in una specie di teatro, dove in platea ci attendono una quarantina di donne manifestamente ansiose di incontrarci e di assistere all’evento. Sono stata immediatamente colpita dal loro abbigliamento , dalle loro acconciature. Compatibilmente con la loro condizione si erano assolutamente parate a festa, con orecchini rutilanti ,abiti a colori e trucco da grandi occasioni.

Tiziana Bartolini , intanto, dal palco, evocava il percorso seguito per arrivare alla presentazione: il laboratorio “A mano libera, dentro e fuori”, tenuto nella casa circondariale femminile di Rebibbia da novembre 2016 a maggio 2017. Incontri settimanali con le detenute , commentando le attualità e suscitando riflessioni che talvolta venivano fissate su un foglio bianco.

Via via che la presentazione si svolgeva erano chiamate sul palco donne a leggere il contributo dato al libro. Le compagne seguivano con estrema attenzione ed emozione talvolta commentando fra loro.

Anche io ero turbata, e mi colpiva con forza lo strazio di quelle che avevano figli, lasciati piccoli al momento dell’ingresso in carcere, nell’impossibilità di seguirne la crescita, di guidarla, di amarli e sostenerli mentre diventano grandi. Penso che il sentimento femminile che vedevo espresso così intensamente non trovi paragoni nell’amarezza maschile , perché ancora fino ai giorni nostri non è frequente un forte coinvolgimento emotivo dei padri , che nella grande maggioranza delle famiglie hanno un rapporto meno profondo coi figli bambini, e lo sviluppano in modo crescente man mano che i figli crescono.

E pensavo che il numero di donne detenute è talmente esiguo rispetto a quello degli uomini carcerati ( nel 2016 i detenuti sono 56.436 di cui 2.362 donne) che proprio la molla dell’affetto per i figli potrebbe forse favorire per loro l’utilizzo degli strumenti di attenuazione della pena. Certo la riabilitazione sarebbe più rapida , e la recidiva davvero improbabile.

Ma la cosa che mi ha colpito maggiormente inducendomi a numerose riflessioni è la costatazione di come le situazioni di partenza della maggior parte delle intervenute fossero socialmente ed economicamente bassissime , con evidentissimi ostacoli a procurasi una buona difesa, e credo che dovremmo tutti riflettere a come certe difficili condizioni siano spesso foriere di disastri ulteriori. E colpisce l’affermazione ascoltata in quel contesto: Penso che la fame sia la prigione più pesante.

Era commovente sentire come per qualcuna la possibilità di lavorare in carcere, di studiare, di imparare qualcosa rappresentasse un dono non sperimentato precedentemente. Ed è interessante infine che qualcuna dica di aver trovato la sua libertà in carcere.(libertà di essere sé stesse, di non dipendere da marito, fidanzato, genitori…)

Quando tutto è finito è stato come se una tensione positiva si sciogliesse,mentre le donne, dopo aver sollecitato altri incontri, salutavano le ospiti e riprendevano la strada della loro regola quotidiana.

E noi, “le libere” , siamo andate a sederci in un caffè per parlare dell’esperienza appena vissuta.

Silvia Acquistapace

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