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La rete bene comune. (per gentile concessione del blog “sotto il pelo dell’acqua” di Francesco Consoli)

Negli ultimi anni di insegnamento all’Università era diventato sempre più difficile ottenere che gli studenti rispettassero nella stesura delle tesi quello che è un imperativo etico elementare nella ricerca scientifica: non copiare. Ho sempre ritenuto che ciò non dipendesse solo dall’intenzione di “fregare il professore” ma anche e soprattutto dall’incomprensione di cosa significhi fare ricerca e quale sia il valore delle idee e delle informazioni e l’importanza nella indicazione corretta delle “fonti”. Legato a ciò vi è il problema della responsabilità verso ciò che si scrive.
Quando mi portavano (e capitava sempre più spesso) pagine, paragrafi o capitoli interi copiati di sana pianta (lascio perdere i casi che fossero copiate le tesi intere, perché questa era chiaramente una truffa consapevole), sempre più spesso lo studente o la studentessa non capiva quale fosse il problema.
“Dove lo hai preso questo pezzo?”
“L’ho trovato su internet!” (orgoglioso/a)
“Si ma chi lo ha scritto, in quale articolo o libro, o sito?”
“Ora non ricordo ma… a casa ho l’appunto!”.
Che quei pezzi avessero un autore, che quei ragionamenti o informazioni fossero parte di un testo, fossero stati presentati in occasione di un convegno oppure pubblicati in una pubblicazione scientifica o in un documento aziendale, non faceva differenza. Che quel “ritrovamento” potesse essere l’inizio di un percorso di connessioni, di scoperte, di idee, di conoscenze, non era previsto.
Il copia e incolla senza alcuna considerazione per la qualità della fonte e per la necessità di citarla era considerato un comportamento normale: “Ma perché, non si fa così?”.
Una studentessa mi disse: “Ma se io ero capace di scrivere così mica stavo qui a laurearmi! Quindi è logico che io abbia copiato!”.
Un mio collega mi ha raccontato di un suo studente che per la tesi aveva copiato parti importanti di un suo articolo, senza naturalmente citarlo, e forse neppure rendendosi conto che era un articolo del suo professore. Ecco, a mio avviso nulla più di queste affermazioni e di questi comportamenti esprime la distanza tra cultura consumistica di massa e cultura educata costruita sulla base di regole, di attendibilità, di prove e di assunzione di responsabilità. Una cultura accountable, basata su argomentazioni, dimostrazioni ed evidenze e su una consapevolezza delle fonti.
Questo comportamento e questo atteggiamento non è diffuso solo tra gli studenti italiani: vi è tutta una letteratura internazionale che denuncia da anni la diffusione del plagio (plagiarism) in termini per lo più moralistici, come furto o truffa, fornendo un’ampia documentazione sulla diffusione del fenomeno, ed esistono sul mercato diversi strumenti informatici per scoprire se un pezzo è copiato. Ma ogni professore con un po’ di mestiere capisce subito quali brani sono copiati ed è capace agevolmente di risalire alle fonti originarie perché sa come rintracciare l’informazione, sa seguire le orme di un testo che permettono di fare il percorso a ritroso, così come ogni studioso, collegamento per collegamento, è capace di rintracciare la storia delle idee, delle argomentazioni, delle informazioni.
E’ indubbio che internet e i motori di ricerca sempre più potenti accrescono a dismisura il grado di interconnessione dell’informazione e della ricerca. Proprio per questo si è sviluppata un’esigenza etica sempre più avvertita, che è un misto di tracciabilità, di rispetto per i diritti e il lavoro degli altri, di consapevolezza che la nostra capacità di produrre nuove idee o forme espressive o di produrre e fornire informazioni dipende dalla nostra capacità di stare nella rete in modo intelligente e di darne conto pubblicamente. Stiamo parlando della consapevolezza che la frontiera tra ciò che è nostro, ciò che è di altri e ciò che è comune è diventata una delle questioni più sensibili in una epoca come questa. Siamo, come è stato detto da Rifkin, nell’epoca dell’accesso (J. Rifkin, L’era dell’accesso, Oscar Mondadori, Milano, 2001), cioè l’epoca in cui la creazione di valore si basa sulla capacità di muoversi e orientarsi in modo critico e consapevole nell’offerta esagerata di informazioni e di dati potenzialmente disponibili, di beni immateriali che si presentano sotto forma di processi e di flussi più che di stock e di proprietà divise da steccati.
Chi per mestiere o per cultura sa meglio di altri come accedere alle informazioni e interrogare o interpretare le fonti e i flussi di informazione ha maggiore potere e, proprio per questo, maggiore responsabilità nei confronti del resto della società e del pubblico e sarebbe giusto aspettarsi da lui più rispetto sia per il pubblico che per gli altri operatori dell’informazione.
In che modo si esprime questo? Vi sono delle norme a difesa del diritto d’autore che occorre conoscere e rispettare (vedi la bella presentazione del prof. Spedicato, rettore dell’Università di Bologna su come usare i materiali reperiti in Internet senza violare il diritto d’autore http://amsacta.unibo.it/3617/1/Spedicato_Attività_di_ricerca_e_uso_di_materiali_reperiti_in_Internet.pdf)
ma credo che ci anche sono alcune regolette minime di comportamento, che il linguaggio di internet esprime con particolare efficacia: condivisione e legame (link). Anche una citazione è una condivisione e un legame, e la condivisione è il riconoscimento esplicito, pubblico, di questo legame che unisce le nostre idee, il nostro lavoro e i nostri prodotti intellettuali e artistici alle idee, al lavoro e ai prodotti intellettuali e artistici degli altri, il riconoscimento esplicito di un link o di una catena di link, fatto in modo tale da permettere a chi ci legge o ci ascolta di ripercorrere con noi il viaggio, o almeno una sua parte, lasciandogli la libertà di viverlo in modo diverso da come lo abbiamo vissuto noi, di trarne conclusioni diverse.
Il link permette velocemente di ricontestualizzare l’informazione o la scrittura, muoversi indietro e orizzontalmente in modo critico nei contesti in cui le idee maturano, dialogando con gli altri in un ambiente che è stato definito “bene comune della creatività” (creative common). Questo common vive grazie a dei servitori (stewards) di una rete di cui devono dare conto in modo esplicito perché in tal modo riconoscono e manifestano il valore di quella rete e delle persone che la abitano, e comunica questo valore in modo che produca nuovo valore, trasformando il common in creative common. Coloro che operano nel campo dell’informazione, che ne dovrebbero essere gli stewards, hanno la responsabilità di questo valore e sono protagonisti della sua valorizzazione solo se rinunciano al piacere narcisistico di attribuire il valore al momento della “appropriazione”, che è un atto di superbia, di dissimulazione e, insieme, una smagliatura di quella rete che dovrebbero servire e il cui sviluppo dovrebbero promuovere. Questo è ciò che la scuola dovrebbe insegnare, il valore cui dovrebbe educare. La lotta contro l’ideologia della cultura come consumo e fruizione passiva e acritica o come un bene senza autore, qualche volta, però, sembra impari.
Francesco Consoli

per gentile concessione del blog “sotto il pelo dell’acqua” , http://sottoilpelodellacqua.blogspot.it/

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