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Le donne e la cura nella cultura contadina (di Loretta Scannavini)

Vivo ormai da anni nella provincia di Rieti – ne sono originaria per parte di madre – e da donna ho ben chiaro il senso profondo della parola cura, ma la cosa stupenda che ho scoperto in questa nostre meravigliose terre è come qui questa parola si allarghi a dismisura investendo molto di più del normale quotidiano di una città.
La Cura in campagna si rivela come un vero e proprio patto con questa nostra povera terra martoriata.
Parlare del significato di cura non è semplice perché è una cosa che appartiene al patrimonio genetico delle donne, una specie di sesto senso che si scopre di avere quando è necessario, è la nostra capacità di interpretare il mondo come comunità dove continuare noi stesse/i, è la consapevolezza che quei figli cresciuti nel nostro grembo sono un dono per tutti e che tutti sono cresciuti nel nostro grembo. E’ il modo in cui noi curiamo il mondo da sempre, è l’aspirazione alla pace che protegge la crescita dei nostri figli e addolcisce il calvario dei nostri vecchi, delle persone malate e svantaggiate. E’ il silenzio in cui, troppo spesso, subiamo per proteggere i nostri cari, è una cultura millenaria mai scritta e mai interpretata dalla storia corrente (purtroppo, esclusivamente maschile) che attraversa non solo il tempo, ma popolazioni, terre e razze diverse, unita in un linguaggio universale che è quello ancestrale della continuazione della specie di cui le donne sono custodi.
La cura, in poche parole, è quel sistema che ci permette di rimanere umani anche nelle situazioni peggiori e per il quale ognuno di noi è una/un figlia/o da proteggere.
Ovviamente quando questo concetto si avvicina alla terra come avviene nella cultura contadina e pastorale il patto stretto diventa direttamente con Madre Terra.
Alcune frasi eccezionali come “la terra arata assomiglia a me quando mi faccio i capelli”, “ulivi bambini”, “l’orto vuole le cure di un figlio” (di questo c’è anche una versione maschile “l’orto vuole l’uomo morto”, ma non attende alla realtà poiché la cura dell’orto tradizionalmente è patrimonio e perfino segreto di donna) sono l’espressione più appariscente della cura, ma la cosa che colpisce è come un concetto così complesso sia espresso con una semplicità e una naturalezza disarmanti.
Credo che ognuno di noi ricordi una nonna o una madre ancora legate all’economia contadina e pastorale e i suoi racconti di quando gli uomini lontani con il bestiame o intenti a lavorare i campi le lasciavano da sole a proteggere la storia delle proprie radici.
E nella storia raccontata attraverso l’organizzazione familiare resta il concetto di umanità da trasmettere a chi ci seguirà.
Se non ci fossero le nostre donne avremmo perso molto della cultura del nostro territorio. Per esempio la loro migrazione nella casa del marito dopo il matrimonio le costringeva a diventare memoria delle tradizioni della propria famiglia d’origine perché rimanesse nel cuore delle nuove generazioni e questo avveniva spesso in quell’ambito che gli uomini con molto disprezzo hanno sempre considerato come pettegolezzo, stupido ciarlare di donne, senza capire quanto amore e quanta storia si producesse in quel momento.
Vita dura quella delle donne di campagna e di montagna strette tra un uomo padre padrone e i tanti doveri portati da una esistenza che non permetteva soste, eppure l’attenzione posta in quella terra che gli permetteva di sopravvivere era identica a quella donata alle persone care. Un figlio al collo e un paio attaccati alla gonna sono l’iconografia che le descrive mentre svolgevano i lavori quotidiani e tutto questo avveniva e avviene in un silenzio assordante.
Provate a pensare alla mondatura delle olive o delle castagne, ai pasti preparati per tutto il vicinato al momento dell’uccisone del maiale, per non parlare di quelli preparati per i funerali (la cura della morte merita un capitolo a parte per la sua importanza sociale), alle faccende svolte a sera in una casa silenziosa dopo le fatiche del giorno, tutte cose (e molte altre) che vedono all’opera sempre mani femminili creative al punto di tirare fuori cibi o vestiti anche quando non c’è nulla.
Le stesse mani puliscono con cura dalle erbacce le piantine appena nate e in un unione profonda con madre terra ne colgono i frutti, quell’unione che la storia maschile troppo spesso infrange con la sua sete di potere.
Nel nostro linguaggio, infatti, la parola eroe è solo al maschile, le donne, da sempre, hanno diritto solo a un semplice diminutivo, eroina, tanto da indicare che il loro eroismo è un fatto minore perché non si consuma nella guerra e nella conquista, ma nella conservazione e la tutela di ciò che siamo.
La cura dovrebbe essere la lezione da apprendere tramite la quale forse si potrebbe cambiare il mondo, ma per far questo dovrebbe, intanto, essere riconosciuta come valore aggiunto, come un punto di unione tra uomini e donne: tra donne che la sanno praticare e insegnare e uomini che non potrebbero vivere senza.
I grandi gesti della storia non avrebbero senso se dietro non ci fossero le capacità, l’intuito e i valori del femminile che tengono viva quella fiamma che è la capacità di rendere sociale l’atto, di far sì che altri se ne avvalgano.
Uomini e donne sono uniti da sempre proprio dalla capacità di cura perché quel seme non basta piantarlo se poi non gli si da attenzione e se il lavoro fosse fatto insieme il risultato sarebbe di gran lunga migliore.
Oggi, la nostra società avrebbe un gran bisogno di questa semplice formula e se avessimo la capacità di rileggere la storia alla luce di questi “piccoli” eventi forse riusciremmo a correggere molti errori consumati nei “grandi” accadimenti. Dovremmo avere la capacità di ricordare che come il seme nasce nel silenzio della terra, l’uomo nasce nel chiuso della ventre della donna e tutto ha bisogno di riserbo per poter arrivare a maturazione e di cura per poter diventare grande e questa è una coscienza che tutte le donne hanno, dalla contadina all’artista, alla scienziata, alla letterata e che le porta fuori dalla concezione di un mondo basato sulla conquista del potere e annulla (quasi sempre) le differenze di classe.
Un sapere che sa guardare la nascita di una pianta o di un agnello o di una nuova frontiera non solo dalla parte della fatica e del dolore, ma anche da quella della bellezza e della gioia.
Benvenuta figlia, per te il mondo sarà difficile, ma hai la fortuna di essere donna e lo saprai affrontare con la forza della tua eredità femminile e, forse, lo potrai pure migliorare insegnando all’altra metà del cielo, quella maschile, come curarlo.
di Loretta Scannavini

Nota dell’autrice: ho pensato a lungo su come affrontare questa difficile tematica e ho scelto di farlo in maniera totalmente emotiva perché era l’unico modo per comunicarne il vero senso, ma torneremo molte volte sull’argomento nel tentativo di non perdere questo pezzo della nostra storia non scritta e forse in gran parte non scrivibile.

L’articolo è comparso anche sulla rivista “Orizzonti” di Vazia (RI)

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