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Una tragedia di donne

La prima sensazione è lo sconcerto, totale. Che nel 2011 si debba morire nel nostro paese di lavoro nero in uno scantinato è una cosa a cui non si riesce proprio a credere.

Lo sconcerto è talmente grande che non si riesce a parlarne, non si trovano le parole adatte, qualsiasi parola sembra inutile, fuori luogo, inappropriata. Dunque allo sconcerto subentra il silenzio.

Ma man mano che dalle macerie di quello scantinato emergono i volti delle donne che lì si stavano guadagnando un amaro pane quotidiano, al silenzio subentra la rabbia, una rabbia che nasce dal dolore ma anche dalla consapevolezza che non dobbiamo mai smettere di guardare chi è rimasto indietro, perché quello che crediamo superato forse non lo è, perchè mentre combattiamo per nuovi diritti non dobbiamo smettere di essere vigili sul rispetto dei vecchi. Perché la strada delle donne è così, piena di curve, e anche quando si crede di andare avanti si torna indietro.

Dalle macerie di una palazzina crollata emergono le storie di quelle donne che, nonostante le difficoltà, cercavano di tirare avanti, col sorriso sulle labbra, con gioia, per il futuro dei loro figli e delle loro figlie. E quelle donne diventano nostre madri, e figlie, e sorelle e dalla rabbia nasce il dolore, cieco, violento, che ci stordisce.

Nel leggere i dati sulla disoccupazione femminile in molte regioni d’Italia ci sarebbe da non credere che tante famiglie riescano a tirare avanti. La lettura dei dati è semplice: una donna su due non lavora. Invece, in questo 50% di donne che non lavorano ce ne sono tante, troppe, che non hanno tempo per combattere per i diritti, che forse non hanno consapevolezza di poter combattere contro la violenza, contro la mercificazione, per la scuola che non funziona, per i beni comuni da proteggere, per un maggiore spazio per le donne nei luoghi della politica. Donne che si accontentano di lavorare per meno di quattro euro l’ora, in silenzio e col sorriso sulle labbra, così silenziose che ci accorgiamo di loro solo quando non ci sono più.

Dal dolore non può non nascere la consapevolezza che dobbiamo impegnarci, tutte, sempre di più, perché la strada delle donne diventi diritta, senza curve che facciano tornare indietro. Dobbiamo impegnarci per far diventare questa strada un’autostrada, in cui ci sia spazio per tutti i sogni e i bisogni delle donne, quelli più immediati, come il lavoro, e poi tutti gli altri, da cui il lavoro deriva. Perché può nascere nuovo lavoro laddove c’è cultura, c’è rispetto, laddove ci sono democrazia e partecipazione.

Ed è per tutto questo che dobbiamo combattere, da domani, 8 ottobre. Oggi, addolorate, salutiamo Matilde, Giovanna, Tina, Antonella e Maria.

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