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Ho indossato il burqa

E’ stato un regalo, un po’ insolito, da parte di un mio caro amico giornalista, Franco Di Mare, inviato di guerra del TG1. Mi ha donato il burqa afgano che si differenzia da quello pakistano per via della manifattura. A Kabul le donne ( che non hanno mai smesso di indossarlo) le vedi con questo drappo tutto plissè, mentre a Islamabad l’assurdo “cilicio” è di seta grezza liscia.

Lo provo immediatamente e non riesco a tenerlo più di un minuto. Non vedo nulla. Poi, però, la mia curiosità mi spinge ad indossarlo di nuovo, ma questa volta davanti lo specchio. Osservo la mia figura che mi è estranea e mi viene da ridere. Ci penso un attimo: che rido a fare? Non è un abito folk : è diverso, è qualcosa che macera l’animo, che lo divora. Allora il sorriso si smorza sul mio viso, ma tanto non si vede.

Il mio amico mi spiega che se voglio veramente capire cos’è il burqa devo camminare per strada con questa cappa orrenda. Ci provo. Esco da casa un pomeriggio quando ancora c’è sole. E comincio a passeggiare in un luogo appartato, un sentiero di campagna, perché non voglio farmi vedere. La prima sensazione è la luce che non filtra attraverso quelle grate di tessuto, rese troppo più fitte. Se penso che tra il mio viso e il mondo c’è quel copricapo che scende fino ai piedi, senza lasciare un centimetro della pelle fuori da quella prigione di stoffa, mi vengono i brividi. Anche gli odori si attenuano, non si percepiscono, a meno che non siano forti ed intensi, e allora,solo perchè invisibili, possono penetrare attraverso le trame del tessuto. La prima volta con il burqa è una densa sensazione di smarrimento. Vorrei avere tanti occhi, davanti, di lato, dietro, perché non mi sento sicura quando mi muovo.

Nello stesso tempo avverto che può esserci una vita “dentro” a questo drappo che mi avvolge, in una dimensione di stupore che mi lascia attonita. I rumori e i suoni sono ovattati,le figure quasi ombre, senza contorni nitidi. La visuale è ristretta. Può essere giorno e può essere notte nello stesso momento, tanto è fievole quel raggio di luce che arriva alle pupille. E non fa alcuna differenza se le lancette del tempo corrono per un verso o per un altro. La mente deve fare uno sforzo per essere più lucida e ricettiva. Non riesco a cogliere la sfumatura di uno sguardo, di un gesto, di un sorriso. E’ come se non dovessi mai allentare la concentrazione, altrimenti mi perderei nella confusione delle cose, senza avvertirne la vera essenza. Mi accorgo che il corpo emette suon : all’improvviso li sento pulsare. E’ quella “maschera” appiccicata alla pelle del viso che impone di ascoltare il mio respiro che fa sollevare di pochissimo e per pochissimo tempo, la stoffa dalle narici.E in quel momento provo la gioia di sentirmi libera,ma solo per un istante. Comincio a prendere un respiro profondo solo per emettere un sospiro profondo ed allontanare quella strana sensazione di turbamento che a lungo andare diventa sofferenza.

Anche il movimento del corpo è contenuto, quasi costretta ad avere pudore di gesticolare, di guardarmi attorno,per non sentirmi grottesca e ridicola. E invece è solo un problema di angolazione. Non posso muovermi liberamente perché non vedo nulla se non a due, tre centimetri da dove mi trovo. Devo camminare con il capo abbassato, altrimenti non so dove metto i piedi e mi fa male la testa perché reggo tutto il peso di quell’assurda mantella sulla fronte. Mi chiedo tante volte : ma è possibile non potere muoversi liberamente, guardare liberamente, parlare liberamente, respirare liberamente solo perchè sono una donna? Ho bisogno di respirare, sfilo il burqa e mi sento le guance un fuoco. Adesso la mia percezione è netta: il mondo, purtroppo, non è per tutti uguale, ma ha una, dieci, cento facce, e talvolta il destino senza un perchè impone di guardarla gli diversi, ma con lo stesso cuore.

Daniela Accurso – Pubblicato su Repubblica

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