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La cultura “universale” delle donne

Dopo la cultura femminile come “cura”, di cui torneremo a parlare prossimamente, ci sembrava giusto ricordare l’importante presenza delle donne anche nella cultura “ufficiale”. Nomi putroppo spesso ignorati da un vasto pubblico, ma, spesso, determinanti per la letteratura, l’arte, la musica e la scienza.
Per onorare il recente Premio Nobel per la Letteratura dato alla bravissima Alice Munro, vorremmo partire proprio dal campo letterario, cercando di dimostrare la rilevanza delle donne, in particolare, nel panorama italiano del ‘900.
Filippo La Porta nel suo libro, La narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo (Boringhieri editore Torino 1999), si chiede quanto abbia senso parlare oggi di letteratura femminile, laddove il maschile e il femminile si scambiano sempre più le parti nei singoli autori indipendentemente dal sesso di appartenenza. Nella letteratura degli ultimi anni, infatti, le forme assegnate tradizionalmente al femminile come la sensibilità e l’autocoscienza, risultano molto diffuse anche fra gli scrittori. Eppure nell’accostarsi alla narrativa femminile La Porta percepisce un «irriducibile ed imbarazzante senso di diversità» nel rapporto con la scrittura e il mondo.
Questo perché il “particolare sentire” delle donne, che in passato i critici ponevano come limite che impediva al “gentil sesso” di produrre materiale al di fuori di un genere minore (e quando l’interesse dei testi non permetteva tale angustia erano pronti a scorgervi il superamento della condizione femminile), non si è perso acquisendo l’emancipazione dai ruoli istituzionali, si è anzi imposto come comune denominatore nei percorsi delle scrittrici italiane così diversi da apparire distanti.

Luce D’Eramo e la diversità (Reims, 17 giugno 1925 – Roma 6 marzo 2001)

Un percorso particolare è senz’altro quello di Luce D’Eramo, scrittrice contemporanea che nei suoi romanzi racconta la storia italiana della seconda metà del Novecento, una storia non facile, fatta di luci e ombre, attraversata del terrorismo e da troppe contraddizioni sociali, eredità di una dittatura e di una guerra devastante. Attraverso i suoi personaggi rivivono decenni della nostra storia recente. C’è l’Italia che ricostruisce un tessuto sociale dopo la dittatura, quella dell’eversione alla ricerca di un governo migliore, quella della resistenza democratica costi quel che costi.
Questi romanzi sono quindi una preziosa testimonianza e, come Fenoglio racconta la Resistenza, Luce D’Eramo racconta una fine di secolo ricca di avvenimenti e rapidi cambiamenti di costumi.
Nella narrativa di quest’autrice sono costanti anche domande inevase, riflessioni su come evitare gli errori del passato e risolvere le contraddizioni presenti. Luce D’Eramo non si limita, infatti, a raccontare storie, ma si sofferma ad analizzare senza giudicare, con la consapevolezza di chi sa che ogni vicenda, ogni momento di crisi, di un uomo come di un’intera nazione, ha sempre un’origine e una soluzione più o meno attuabile, ammesso che la si voglia cercare.
Impossibile per il lettore non immedesimarsi con la variegata umanità che abita questi romanzi, non entusiasmarsi, non riflettere e a volte commuoversi di fronte alle loro storie quotidiane o eccezionali, ma sempre intense. Il ritmo serrato della narrazione, il punto di vista interno alla storia, il linguaggio moderno ed efficace, tutto concorre nella narrativa di Luce D’Eramo a catturare il lettore.
I romanzi di Luce D’Eramo sono uno sguardo al passato recente, a quelle storie che non divennero mai cronaca, sono il volto e l’anima di quegli uomini e quelle donne che non divennero mai eroi, ma che lo furono per i propri cari e di tutti coloro che distrussero le loro ed altre vite in nome di qualcosa in cui credevano.
«Perché scrivo e per chi si scrive è una domanda inesauribile, Io ho cambiato continuamente, ogni volta c’era un motivo nuovo e diverso. Ho cominciato a pensare (e a dire) che sarei diventata scrittrice quando ero bambina perché mi piaceva molto ascoltare, leggere storie. […] Poi è stata la curiosità, la curiosità umana, un’incredibile curiosità umana. Da ragazza volevo diventare filosofa: tanta era la curiosità di scoprire il senso ultimo della vita che per un po’ giunsi persino a trascurare d’osservare il mio prossimo; […] mi sono laureata in filosofia, ma scrivevo racconti. Si vede che capisco, sento, percepisco per immagini e non per concetti, il che invece era la mia grande aspirazione. Poi ho pensato che scrivevo per far partecipi gli altri di ciò che capivo, di ciò che credevo di vedere e gli altri non vedevano o non mi mostravano o mi nascondevano: rappresentare l’invisibile, questo era il mio desiderio. Poi mi sono detta che scrivevo perché con le parole ero libera. E poi ancora perché per scrivere ci vuole una solitudine di fondo e io l’ho sempre avuta. A un certo punto sono arrivata a dire che scrivevo per comunicare, poi per capire e ancora perché non capivo e volevo dipanare la grande confusione che avevo in testa. L’ultima versione contingente è che scrivo perché non so fare altro, scrivere è la mia droga, mettere insieme parole e immagini. Vivo ormai con “occhio narrativo”, un occhio che coglie un’espressione, un gesto, uno sguardo e li deposita in una specie di magazzino segreto, da dove sono pronti a uscire e tornare a vivere quando un personaggio man mano prende corpo.»

L’incontro con la diversità come ultima frontiera della conoscenza di se.
Uno dei motivi ricorrenti nella narrativa di Luce D’Eramo è l’alterità, il diverso da se, l’incontro con l’alterità diviene per la scrittrice nel corso della sua esistenza talmente importante, da farne un manifesto letterario.
In Deviazione viene affrontato il tema della diversità razziale teorizzata e imposta nei Lager nazisti e della diversità data dalle disabilità fisiche. In Nucleo Zero si analizzano le diversità di classe sociale. In Partiranno la diversità, nella sua forma più estrema, si materializza nell’incontro con l’alieno, l’extraterrestre. In Ultima luna la diversità si declina attraverso il confronto tra oriente e occidente, tra giovani e anziani. In Si prega di non disturbare la diversità si palesa nei disagi creati dalla difficile convivenza tra etnie diverse nella società contemporanea. In Una strana fortuna la diversità si manifesta come fenomeno dovuto all’instabilità mentale. In Un’estate difficile, nell’immobilismo culturale che determina una diversità netta tra uomo e donna.
In uno scritto del 1994 intitolato L’alieno e il diverso a partire dalla mia vita, Luce D’Eramo afferma di aver subito fin dall’infanzia il fascino del diverso, di avere sempre amato ciò che non conosceva, fino a sviluppare quello che definisce «il mio bisogno di alienità». Le circostanze della vita l’hanno aiutata a sviluppare e comprendere questo bisogno. Si era sentita diversa in Francia perché italiana e in Italia perché cresciuta in Francia. L’abisso dei Lager nazisti l’aveva messa in contatto con uomini e donne che si sentivano, perché così si voleva, appartenenti a razze diverse. L’infermità fisica l’aveva definitivamente condannata alla diversità perché disabile.
Dare risposta al suo «bisogno di alienità» e un senso alla sua sensazione di diversità diventa la costante della poetica di Luce D’Eramo.
Gran parte dell’opera della scrittrice ci spiega il suo personale rapporto con l’altro da sé; la spietatezza del conformismo sta nel decretare che tutto deve andare come prescritto da secoli di tradizione e cultura e se qualcosa appare come diversa va rigettata, come fa l’organismo umano con un corpo estraneo. Ci si ritrova ad odiare la diversità perché, ci terrorizza ma non un terrore dovuto alla diversità in se, ma alla paura di conoscere veramente se stessi. Quando si è abituati a sentirsi ripetere cosa bisogna amare, capire, credere risulta ostico svincolarsi dalle convenzioni per arrivare a conoscere ciò che veramente si ama, si capisce e si crede. È più facile terrorizzarsi e identificare il male nel diverso e nell’anomalia, per convincersi che il male è fuori di noi. Se invece si riuscisse a comunicare, a scoprire quello che in noi stessi non conosciamo o non vogliamo conoscere, se si riuscisse a comprendere l’alieno che è in noi, si riuscirebbe a comunicare tra diversi.
Una teoria, questa di Luce D’Eramo, complessa, dove l’alterità non può neppure più essere definita tale, visto che non è altro che una componente di ogni essere umano, perciò ignorare e respingere il diverso per nazionalità, religione, sesso, abilità fisiche, è come alienare una parte di sé, è come amputarsi.
«[…] non ci potrà essere pace in terra finché l‘altro sarà soltanto un tuo strumento di affermazione, se non una tua pedana, un oggetto di derisione, cioè finché l‘altro non sarà il prossimo tuo da amare come te stesso, perché hai bisogno di disprezzare gli altri quando non hai pietà di te stesso».
Regina Conti e Loretta Scannavini

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